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Il CHIVA funziona se ho già subito uno stripping?

In breve. Sì. Il CHIVA può essere utilizzato anche per trattare le recidive dopo stripping, anche se la sua applicazione in questi casi è più complessa (le anatomie sono state alterate dall’intervento precedente). È spesso la scelta razionale per evitare un secondo intervento demolitivo.

Approfondimento. Le recidive dopo stripping sono una problematica frequente: studi pubblicati riportano percentuali variabili dal 7% al 65% di ricomparsa di varici nei pazienti operati con tecnica ablativa tradizionale. Questi pazienti si trovano spesso in una situazione difficile, perché la safena originaria è stata rimossa e le varici recidive si presentano in modo “anarchico”, senza una colonna vertebrale anatomica chiara. In questi casi, la CHIVA — pur essendo più complesso da applicare perché lavora su un’anatomia già modificata — può rappresentare una scelta razionale per evitare un nuovo intervento demolitivo e gestire emodinamicamente il quadro residuo. Il Dott. Cappelli ha dedicato diversi lavori scientifici alle recidive post-stripping, tra cui la pubblicazione del 1998 con Ermini “Fisiopatologia e trattamento delle recidive post-stripping” (Arch. Soc. Ital. Chirurgia 1998) e i più recenti studi del 2025 sulle recidive inguinali. L’approccio richiede una cartografia ancora più accurata, perché bisogna identificare i punti di rientro e le perforanti residue che alimentano le nuove varici. È un intervento di “secondo livello”, per il quale l’esperienza del chirurgo è decisiva.

Il lavoro si semplifica se vengono lasciati segmenti safenici da poter utilizzare come vie di drenaggio. Da qui l’importanza di una cartografia emodinamica particolarmente accurata in caso di recidive. Molte volte la recidiva non ha una sola causa. Nello stesso paziente, una parte può essere associata ad un punto di fuga dal profondo, l’altra parte no

Fonti: Ermini S, Cappelli M, et al. “Fisiopatologia e trattamento delle recidive post-stripping.” Arch Soc Ital Chir 1998;4:152.

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